Salvatore Siciliano
Giovanni Tabone

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Chi è Giovanni Tabone

LA VISIONE DI TABONE

Giovanni Tabone nasce a Marianopoli nel 1958. La sua arte, però, non resta mai ferma in un luogo preciso. È un’arte in cammino, rivolta oltre, come se ogni opera fosse un passo verso qualcosa che non si vede ma si sente.

Guardando le sue sculture e i suoi dipinti, emerge subito una sensazione chiara: Tabone non cerca di raccontare il mondo così com’è. Cerca di mostrarci come potremmo guardarlo. I suoi personaggi hanno corpi umani, ma lo sguardo è sempre altrove. Puntano lo spazio, indicano direzioni lontane, come se sapessero che la casa dell’uomo non è tutta qui, ma anche oltre ciò che conosciamo.

Gli ingranaggi, il monoculare, i meccanismi che attraversano molte delle sue opere non sono decorazioni né richiami tecnologici. Sono memoria. Da bambino Tabone osserva il padre mentre ripara un orologio. Da quel gesto nasce una visione che lo accompagnerà per tutta la vita: il tempo come forza invisibile, il meccanismo come destino, l’uomo come parte di un sistema fragile ma necessario. Gli ingranaggi diventano così il simbolo di ciò che muove l’esistenza, anche quando non lo vediamo.

Il monoculare, presente in molte opere, non è una mancanza. È una scelta. È lo sguardo che si concentra, che rinuncia alla confusione per cercare l’essenziale. Un occhio solo per vedere più a fondo. In questo, la sua arte dialoga naturalmente con la pittura metafisica: non per imitazione, ma per affinità di pensiero.

Le sue figure non parlano, non agiscono. Contemplano. Sembrano ascoltare il silenzio dello spazio, come se fossero in attesa di un segnale, di una rivelazione, di un ritorno. In questo atteggiamento c’è tutta l’anima dell’artista: una tensione costante tra l’uomo e l’ignoto, tra il presente e l’eterno.

Che lavori la terracotta, il bronzo o la pittura, Tabone mantiene sempre la stessa coerenza interiore. Le superfici sono sobrie, misurate, mai urlate. Ogni forma è necessaria, ogni dettaglio ha un senso. Nulla è superfluo, perché l’opera non deve stupire: deve restare.

Le sue donne bioniche, i volti attraversati da simboli, le figure sospese tra corpo e cosmo non parlano di futuro. Parlano di coscienza. Di ciò che siamo quando smettiamo di correre e iniziamo a guardare.

La sua arte, non si limita a essere osservata: chiede silenzio, tempo, ascolto. È un invito a guardare oltre l’immediato, a riconoscere negli ingranaggi dell’esistenza un senso più profondo. Le sue opere non indicano una meta precisa, ma una direzione interiore. E in quello sguardo rivolto lontano, ognuno può ritrovare la propria idea di casa.

Recensione a cura di Salvatore Siciliano


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