Salvatore Siciliano
Salvatore Carletta

Salvatore Carletta


La poesia di Salvatore Carletta non nasce da un progetto letterario, né da un’ambizione estetica. Nasce da una necessità. Arriva tardi, quando la vita ha già chiesto tutto, quando il lavoro, la famiglia, la responsabilità hanno consumato ogni spazio superfluo. Arriva dopo la perdita più grande, quando la morte di Pasqua spezza l’equilibrio che per decenni aveva retto una vita fondata sul restare, sul non tirarsi indietro, sul fare ciò che andava fatto senza clamore. È in quel punto che la parola poetica comincia a farsi strada, non come ornamento, ma come appoggio.

Le sue poesie non cercano immagini complesse né metafore ricercate. Hanno il passo della memoria e il peso delle cose vere. Sono fatte di strade precise, di nomi di vie, di case, di gesti quotidiani che tornano come ferite ancora aperte. Scrive della Via Pignato, della sua infanzia, del paese, del lavoro, della perdita, non per nostalgia, ma per tenere insieme ciò che rischierebbe di disperdersi. La poesia, per lui, non è evasione: è un modo per restare presente senza soccombere.

C’è nelle sue parole una sincerità che non chiede indulgenza. Le poesie non raccontano ciò che avrebbe voluto essere, ma ciò che è stato davvero. Sono testi attraversati dal dolore, ma senza compiacimento; dalla fede, ma senza retorica; dalla memoria, ma senza abbellimenti. Scrive spesso con le lacrime agli occhi, mentre mangia, come se il corpo e la parola dovessero stare nello stesso spazio, senza separazioni. È una poesia che nasce dal basso, dal vissuto, da una vita che non ha mai cercato visibilità, ma che ora chiede riconoscimento.

In questo senso, Carletta è un poeta anomalo rispetto ai percorsi consueti. Non viene dalla letteratura, ma dalla fatica. Non arriva alla poesia per vocazione giovanile, ma per sopravvivenza matura. E proprio per questo i suoi versi hanno una forza particolare: non dimostrano nulla, non vogliono convincere. Esistono. Come esistono certe persone che, pur non avendo mai alzato la voce, hanno retto intere famiglie, intere stagioni, interi silenzi.

Recensione a cura di Salvatore Siciliano


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